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 Redazione di Bari
 
Immagine: © Maria Caravella

Martina Franca(Taranto) - Nûr di Marco Taralli, metafora dell' accettazione e dell’integrazione.

23/07/2012

Come ogni anno il Festival della Valle d’Itria continua ad essere propositore di novità e di ricerca, esempio di tale dedizione è stata dopo la rara messa in scena dell’opera di Hasse, Artaserse, la rappresentazione presso il Teatro Verdi dell’opera da camera Nûr, titolo della prima opera lirica contemporanea commissionata dal Festival della Valle d'Itria, dell’aquilano Marco Taralli, su libretto di Vincenzo De Vivo, in scena a Martina Franca il 21 luglio e il 28 luglio.

L'opera è ambientata a L'Aquila in un ospedale da campo davanti la Basilica di Collemaggio, subito dopo i tragici eventi del terremoto del 6 aprile 2009.

Le vicende di Nûr, in Arabo luce, si svolgono in una notte, tra i letti di un improvvisato ospedale da campo predisposto nel prato antistante la Basilica di Collemaggio, all’indomani del terribile terremoto che ha sfigurato L’Aquila e i borghi circostanti. Narra la storia di una donna senza nome che ha misteriosamente perso la vista nel crollo della sua casa e che trascorre una notte di delirio, tormenti e visioni.

Gli altri pazienti, disturbati dal suo continuo lamentarsi per il buio che la circonda, la soprannominano emblematicamente Luce. Si prendono cura di lei due allegorici personaggi, un vecchio Monaco, Celestino V, e il templare Jacques de Molet Gran Maestro dei Templari, che nessuno, tranne Luce, può vedere, che come spiriti guida la condurranno verso la luce.

Il tutto sintetizza una metafora dell' accettazione.

A completare la scena Samih, un giovane Medico arabo contrastato dalla energica materialità del Primario che, nell’emergenza del momento, distrae lo spazio per qualsivoglia compassione umana, considerata ostacolo all’efficienza dell’ospedale.

Qualcuno, vista anche la prima rappresentazione in Puglia, ha voluto ravvisare in Nûr, una simbolica affinità tra Celestino V e don Tonino Bello. Questa drammatica vicenda notturna, allo spuntare dell’alba, arriva ad una rivelazione salvifica soprattutto per la coscienza della protagonista.

L’autore ha inteso esprimere con la musica delle sensazioni forti, in primis “lo sconvolgimento”, sia materiale che morale, che l’essere umano può provare di fronte ad una simile catastrofe naturale.

L'opera è colma di sofferenza, ma “il raggio di luce” simbolico nella poesia decadente, quello che tutti noi vorremmo, chiude tutto, ma allo stesso tempo permette di ripartire con vigore.

Nelle intenzioni di Marco Taralli, “Nûr non parla solo di angoscia e sofferenza, ma è anche un cammino alla ricerca della luce: la luce della compassione e dell’accoglienza nei confronti di chi è diverso da noi o, più semplicemente, lontano, “altro da noi”.

Tra i temi affrontati infatti c’è anche quello straordinariamente attuale dell’integrazione culturale e del superamento delle barriere religiose, del valore del dialogo e della forza salvifica del perdono. Si tratta sostanzialmente di un messaggio di Pace, che colma di esultanza le menti e i cuori, consolando le nostre anime, predisponendoci al coinvolgimento emotivo.

Una nota di merito va sicuramente ai prestigiosi interpreti di Nûr. Tiziana Fabbricini, soprano, e Paolo Coni, baritono, talentuosi interpreti del “teatro in musica”e ai due giovani tenori: David Ferri Durà e David Sotgiu che hanno impersonano, rispettivamente, il giovane Medico arabo e l’apparizione del Cavaliere Jacques. Completano il cast le affascinanti giovani voci della soprano Marta Calcaterra, l’Infermiera, e del basso Emanuele Cordaro nella parte del il Primario.

L’opera, della durata di settantacinque minuti, ha visto impegnato l’ensemble cameristico di diciannove elementi dell’Orchestra Internazionale d’Italia e un Gruppo vocale di dieci giovani cantanti dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”.

Sul podio, il giovane maestro spagnolo Jordi Bernàcer, uno dei più importanti direttori iberici dell’ultima generazione. La regia affidata alla delicatezza di Roberto Recchia, più volte apprezzato in profondi e poetici spettacoli in Italia e all’estero, si è avvalsa in questa occasione delle scene, e dei costumi lineari ed essenziali, di Benito Leonori.

L’opera, concepita con grande originalità ed indiscutibile sensibilità, sicuramente degna di lode, delude in parte lo spettatore soprattutto nei tempi, piuttosto piatti e nelle scelte musicali spesso monotematiche.

Maria Caravella

 

 
 

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