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 Redazione di Bari
 
Immagine: © Egidio Magnani

Bari - Raphael Gualazzi , il jazz Made in Italy

05/11/2013

Dopo il prestigioso concerto d’apertura di Salvatore Accardo, la Camerata Musicale per la 72^ stagione ha cambiato registro e dalla musica classica si è spostata sul jazz.

Raphael Gualazzi (33 anni il prossimo giorno 11) è salito alla ribalta musicale con una prepotenza inversamente proporzionale alla sua timidezza, meritandosi un marea di consensi dalla critica.

Per questo la Camerata ha invitato il pianista al Petruzzelli e ha fatto del suo concerto, come per l’anno scorso, un’evento fuori abbonamento. Sarà stato il costo del biglietto, sarà stata la crisi economica che attanaglia l’Italia, ma è stato un peccato vedere una ventina di palchi vuoti al teatro. Certamente chi, pur potendoselo permettere, ha preferito le pantofole casalinghe al concerto, ha commesso un errore. Il ragazzo è in gamba e non si può più dire di lui che è una promessa perché è diventata una certezza di statura internazionale. Ma il pubblico che lo ama apprezza molto quella sua aria di eterno bambinone, di giovane semplice e schivo che fa parte della sua natura autentica di artista. Non dimentichiamo che Raffaele è figlio d’arte: il padre Velio ha fatto parte del trio Anonima Sound di Ivan Graziani.

La carriera di Gualazzi è salita alla ribalta quando nel 2009 Caterina Caselli, da talent-scout di razza, fiutato il talento, ha aperto la sua ala protettiva sul giovane jazzista. Nel 2011 il Festival di Sanremo gli ha aperto le porte della notorietà: il pianista ha vinto nella categoria “Giovani” e ritirato il premio della critica. Poi è volato a Dusseldorf per l’Eurovision Song Contest, dove si è piazzato secondo dopo l’Azrebaijan (sic!) e ha attirato l’attenzione della critica europea che lo ha votato come miglior artista della competizione. Varcate le Alpi la sua fama lo ha portato a suonare a Parigi, prima al museo del Louvre, e poi, ad aprile di quest’anno, alla sede dell’Unesco per l’International Jazz Day.
Lo stile di Raphael è davvero originale: affonda le radici nel vecchio jazz degli anni ’20, nel pre-jazz addirittura, quando quella musica non aveva ancora assunto le sue connotazioni.

Lo stile preferito è quello dello stride-piano che richiede una particolare abilità per sostenere ritmi velocissimi. Sono i tempi di Jerry Roll Morton, Scott Joplin, Art Tatum e Fats Waller: che ci fa un giovane di 30 anni con quella musica? Semplice: la applica ai tempi che sta vivendo e ne elabora una fusion incredibile, fatta di funky, blues, rythm and blues, samba e country. Raphael canta pure: non ha una gran voce, ma gli sembra naturale adattarla ai ritmi che ha in mente e nel cuore, e la trasforma in uno splendido strumento capace di spaziare dai toni grintosi a quelli in falsetto. Un’ottava in più gli gioverebbe tantissimo.

Il concerto scivola tranquillo sui binari di un successo annunciato, sulla scia di quello dello scorso anno, anche se in nome del nuovo cd “Happy Mistake”. L’inizio è un omaggio al blues di Layton Turner, prima di partire con le composizioni originali, una specie di scorrazzata in lungo e in largo in tutta la produzione di Gualazzi, concentrata in due dischi. Piacciono la nuova “Don’t Call My Name”, venata di blues, una lunga versione di “Sarò sarai” arrangiata a ritmo di bossa, l’atmosfera di sofisticata eleganza di “Seventy Days of Love”, la grinta salutare e accattivante di “Reality and Fantasy”, il cambio repentino dei tempi in “Calda estate”, l’ingarbugliata “Carola”, la strampalata “Zuccherino dolce”, le scanzonate “Lady O” e “Love Goes Down Slow”, la infinita “Sai” (dignitoso quinto posto all’ultimo Sanremo con poca ambizione e qualche rimpianto), uno di quei brani crepuscolari che si scrivono sulle soglie della notte per avere un sogno tranquillo. Non manca un tributo alla musica di Nino Rota e alla memoria di Fellini (morto 20 anni fa) con “Amarcord”.

Il finale è tutto un programma: la band esce dal palcoscenico suonando in fila indiana per scomparire dietro le quinte e riapparire dopo qualche secondo e ricominciare.

Rispetto al precedente tour Gualazzi è apparso più sicuro e meno impacciato, al punto da coinvolgere il pubblico facendogli tenere il ritmo e trascinandolo a cantare con lui. Da registrare l’aggiunta di un trio femminile di colore che ha dato più calore alle sue canzoni, grazie anche alla splendida voce solista di Sophie Afoy. Davvero interessante il tris di fiati con gli assolo di Luigi Faggi alla tromba e il contributo brillante di Jukien Duchet ai sax e Damien Verherve al trombone. Instancabili e puntuali Emah Out al contrabbasso e Massimiliano Castri alla batteria, mentre Laurent Miqueu, ha accompagnato al banjo e si è rivelato chitarrista eccellente.

A Raphael Gualazzi va riconosciuto il merito di aver veicolato il jazz dagli altari di una élite che non trova giustificazioni a quelli più consoni di natura popolare.

Gianfranco Morisco

 

 
 

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